Filthy Dukes - Nonsense In The Dark

Filthy Dukes - Nonsense In The Dark
I Filthy Dukes sono un trio composto da Olly Dixon, Tim Lawton e Mark Ralph, tre Londinesi allegramente dediti al culto degli anni 80, con look da Fashion-Nerd e una tendenza a rendere ballabile ogni genere che gli capiti a tiro. A metà tra una rock-band Indie e dei Dj da headbangin' selvaggio, i Dukes hanno esordito presentandoci un disco maturo, con canzoni che, sotto l'apparente faciloneria, nascondono un lavoro meticoloso, appassionato.

Lungi dall'essere mero revival, il retrofuturismo Pop di Nonsense In The Dark è tutta una finta, un gioco dove l'estetica ingenua della New Wave viene a fondersi, e rimodernarsi, nel gioco di battiti ipnotici dei più moderni dancefloor. Il cantato di Lawton ben si presta a rievocare le glorie vocali Britanniche: in Poison The Ivy sembra Bowie che canta sui New Order, in What Happens Next sembra un Damon Albarn strafottente che carica la folla con sottofondi Acid House che sembrano venire dai primi Audio Bullys, con tanto di coretti d'infante à la Justice (nel loro singolo D.A.N.C.E.).

I tre avevano esordito con Tupac Robot Club Rock, che sembrava un incontro tra Public Enemy e dei Devo impasticcati, per poi far uscire This Rhythm, sunto dell'estetica Nu Rave, dimostrando di saper sfruttare e mescolare quante più influenze possibili in maniera ottimale. Una serie di singoli riuscitissimi, l'ultimo dei quali è stato Messages. Questa canzone, signore e signori, è fantastica. Immaginatevi dei Duran Duran vestiti da Ghostbusters, ripassati in salsa Nu Rave e trapiantati a Ibiza, e avrete un quadro abbastanza veritiero (seppur vagamente bizzarro) della situazione. Ancora scioccati? Bene!

Ora, però, c'è da fare un appuntino.

Il qui presente trio cita di tutto, e indubbiamente lo fa bene, benissimo. Ma lo scopo, qui, non era quello di far conoscere un'opera di collage, neppure se fatta in maniera magistrale. Il fatto è che i Filthy Dukes danno il meglio di loro proprio quando smettono di citare e –senza offesa- di cantare. Due dei tre pezzi strumentali, infatti, sono forse tra le più splendide perle di moderna musica elettronica che abbia mai sentito.

Togliendo Cul-De-Sac -che praticamente sono i Kraftwerk rimasterizzati- la sfida è tra questi due brani: You Better Stop e Twenty Six Hundred.

Twenty six Hundred è un capolavoro della Intelligent Dance Music. Sta lì, parte con somma modestia, suoni ben calibrati, piccoli sprazzi di synth in un vuoto che si va sempre più riempendo con un gioco di attese e mezze ripetizioni, creando un brano che dalla Minimal va a riempirsi fino a diventare una bomba da discoteca. You Better Stop, invece, è un brano che attacca con ingenua allegria elettronica, per poi trasformarsi, sempre in un sapiente gioco di crescendi, cariche e attese, in una techo-punk-funk da ballare truzzamente sì, ma con cognizione di causa!

Definendo un tema che via via si riempirà sempre più di suoni, di stimoli, microfratture sonore e patterns digitali che tengono la testa e le orecchie incollate al lettore, i Filthy Dukes danno vita ad un sound totalmente nuovo: qui tutte le citazioni sembrano sparire, per legarsi armoniosamente in tripudio di ebrezza futuristica. Un suono caldo, dinamico, appassionato.

Lo ripeto: questo non è semplice revival.
a cura di Rhox






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