Chemical Brothers - Further

Chemical Brothers - Further
Ai Chemical Brothers piacciono le attese.

Ma non parlo, cari miei, di quell’attesa –infinitamente bella- che tutti abbiamo sopportato prima di avere tra le mani Further, la loro ultima opera, o di quella –infinitamente tediosa- che fate alla posta sotto casa vostra: l’attendere al quale mi riferisco, signore e signori, è di ben diversa natura.

E’ quella perfetta resa di un’eterna suspance, d’una perenne attesa, del subliminal crescendo che il Duo, anche questa volta, riuscirà a inoculare nella vostra testa brano dopo brano. E’ quel farti stare come in un eterno climax, dove credi –e in fondo sai- che il bello sta per arrivare, sempre. Come se il momento più bello fosse appena arrivato, ma fosse subito seguito da un altro, ancora più bello, e poi da un altro, e così via.

Ma c’è di più.

C’è di più perché Further non è un disco e basta.

Se entrando dal vostro spacciatore di LP preferito comprate di quest’album solo la versione CD, è come se un film l’aveste seguito senza vederne le immagini, solo sentendolo. Non avrebbe molto senso, no? Further fa la differenza per via della sua completezza, del suo essere un immenso mantra audiovisivo: leggendo i crediti non sembra nemmeno di avere a che fare con un disco, pare piuttosto di scorrere i nomi alla fine di un film, o di un corto della Pixar,. E’ un lavoro fatto d’immagini e suoni, e, come per magia o come in una tecnoide, futuristica alchimia, si nutre del loro perpetuo rafforzarsi a vicenda.

Scordatevi l’idea di album come una creatura puramente musicale e abbracciate quanto più possibile il punto di vista di questo bizzarro lavoro, perché questo è forse il primo del genere, ma, di sicuro, non sarà l’ultimo.

L’idea è troppo, troppo appetitosa.

Ed Simons e Tom Rowland, con questo ultimo disco, hanno infatti avuto la sacrosanta idea di chiudersi a riccio, immergendosi come mai prima nel loro modus operandi e venendo a spazzare via ogni compromesso mainstream, epurandosi di ogni vampirico contributo di voci note (di cui si servivano per crescere, ma anche per preservarsi) e, andando ad attingere principalmente a loro stessi, sono riusciti a trasformare i loro stessi suoni in un classico.

Eccoli quindi che giocano con rimasugli di post-rock in Dissolve, dove ad atmosfere sognanti si vanno a fondere cori estatici di chitarra -manco fossero dei New Order sotto acido- o eccoli ancora mentre danno vita a una cullante orgia di percussioni in K+D+B. In Another World sembrano buttarci in una sommersa ipnosi sonora con quei groove ovattati e quelle immagini che, per un attimo, sembrano una versione animata della cover di Unknown Pleasures dei Joy Division, mentre con Escape Velocity, una techno selvaggia con tanto di tastierine retrò che tanto ricordano Baba ‘O Riley, veniamo lanciati di getto nella loro realtà ideale, dove la velocità distrugge ogni cosa, e, in uno stato al limite della trance, non possiamo fare altro che fissare le immagini scorrere, come fossimo lanciati su d’un treno intergalattico e stessimo, perennemente, per compiere il fantomatico salto nell’iperspazio.

Ascoltando il disco ci si rende conto di come le loro melodie si siano affinate, ma senza salti particolari rispetto ai loro precedenti lavori in studio: il balzo lo abbiamo avuto con la creazione, finalmente, di un’opera completa. Further è un'opera mastodontica, un colossale monumento all’elettronica e ai suoi strabilianti poteri; un lavoro epico e allo stesso tempo intimo, un’occasione con la quale i Chemical Brothers ci permettono di dare un lungo sguardo al loro mondo, e una piccola occhiatina al futuro.

Stavolta ci sono solo loro, a coordinare un mondo fatto di pulsazioni e i loro fidi Adam Smith e Marcus Lyall (già artefici delle parte visiva dei loro live,) a dirigere un coro di figure, luci e textures per condurci verso frontiere ancora mai battute. Mai in questo modo. Mai con questa intensità.

Further è un lavoro che contemporaneamente crea e distrugge, è estasi, meditazione e movimento al tempo stesso, è un lavoro che potrà piacervi o forse no, ma che, di sicuro, vi spingerà a riflettere.

Ma non vi darà il tempo di pensare.

a cura di Rhox