Ziggy Marley
Raccogliendo parte dell'imponente eredità del padre, ha avuto il merito di non restarne imbrigliato, iniziando un percorso personale che lo ha portato nel tempo verso altri orizzonti, senza però mai dimenticare le origini. Una carriera che è iniziata con i Melody Makers, una formazione che vedeva alcuni dei fratelli e sorelle insieme, prima che ognuno intraprendesse la propria strada, portandolo vincere quest'anno il Grammy Award della categoria Reggae.
Il suo è un gradito ritorno, stavolta come solista.

Foto: Roberto Coco © Rototom Sunsplash 2007
Il concerto si presenta in maniera pomposa: pubblico delle grandi occasioni, backstage blindato, soundcheck minuzioso e prolungato a causa di qualche problema tecnico.
Neanche le onnipresenti telecamere di Arcoiris TV hanno accesso e l'unica ammessa al palco è
Sista Ivonne, coloratissima e sorridente portavoce dei
Rastafari Elders, sempre presente in questi giorni a sventolare nel backstage una bandiera rasta.
All'1.30 tutto è pronto per l'ingresso di Ziggy Marley, che canterà sotto l'effige del padre dipinta sulle quinte del Main Stage.
Apre con
Black Cat, e poi arrivano le cover a cominciare da
Lively up yourself, rievocando un sound ineguagliabile, seguita da
Rastaman Vibration e dal suo "pianto per la giustizia",
Justice.
Ziggy Marley esegue didascalicamente la scaletta senza concedere molto all'improvvisazione e al contatto col pubblico, dal quale sembra assai distante. Ha però, con la sua voce e le sue movenze, il merito di far rivivere i pezzi del padre come nessun altro come per esempio su
Them belly full.

Foto: Luca Sgamellotti © Rototom Sunsplash 2007
E' il momento di
True to myself, una riaffermazione di coerenza e della propria evoluzione, che permea l'intero album "Dragonfly", per poi fare un piacevole tuffo nel passato con
Tomorrow people. Il concerto prosegue su una mal riarrangiata
Is this love e si conclude con
Look who's dancing.
Un bis un po' "telefonato" richiama Ziggy sul palco per gli ultimi pezzi:
Roots, Rock, Reggae, la ballata acustica
Dragon Fly e
Love is my religion, chiudendo un concerto che ha rievocato emozioni vecchie e nuove, ma che ha mancato di coinvolgere, come altri hanno saputo fare qui, il gran pubblico presente.
Marco Sacco
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