Potevano continuare con quel loro sound "alla Tarantino", ma non l'hanno fatto. Gli
Hooverphonic sterzano, anzi fanno una retromarcia colossale ed ecco qua che il più famoso gruppo belga (tanto per essere chiari, ricordate
Mad About You?) cambia pelle, reincarnandosi in sognanti atmosfere settantine.
In "The President of The LSD Golf Club" la contaminazione con i
Doors è evidente, ma non ha il sapore di una copia stinta dei classici del passato; gli Hooverphonic citano, sapientemente, e con impareggiabile maestria fondono sonorità ormai "antiche" ad un rock leggero, distensivo, estremamente piacevole.
L'esempio più evidente di come la musica di
Jim Morrison si leghi a quella di questo disco è la traccia
Expedition Impossible, primo singolo uscente, dove ad un riff distorto ma allo stesso tempo pulitissimo va ad aggiungersi, con estrema "discrezione", il suono tipico delle tastiere Doorsiane. Sempre sulla stessa onda abbiamo
The Eclypse Song (una delle canzoni più belle del disco), dove l'armonico pigiare sui tasti sembra portarci indietro nel tempo.
A parte ciò, gli Hooverphonic in questo disco citano molto anche loro stessi:
Stranger ne è l'esempio. Canzone bellissima, per carità, ma sembra di averla già sentita; stessa cosa vale per per
Strictly Out of Phase. Sorprendono, invece, con la magnifica
Gentle Storm, dove le voci di
Geike Arnaert e
Alex Callier si completano a vicenda, e gli archi vibrano in modo toccante. Geike ha una capacità lirica sorprendente, la sua voce è dolce, confortevole, e ascoltarla è... rassicurante.
Black Marble Tiles, splendida ballata semiacustica, ne è la dimostrazione.
Lungi dall'essere il miglior lavoro degli Hooverphonic, The President of The LSD Golf Club è comunque un'opera particolare, dimostrazione di come certi suoni non svaniranno mai, di come ciclicamente si rivaluti la potenzialità di musiche già ampiamente "digerite". La bravura di questo gruppo sta anche qui. Molti sono capaci a copiare, anzi lo siamo tutti. Ma quello che -spero- avrete nelle orecchie è un processo di assimilazione e di personale interpretazione; sarebbe scorretto definirlo rimodernamento: lo considero piuttosto un tributo, un tributo fatto bene da chi "se lo può permettere". Credo che gli Hooverphonic ci abbiamo già dimostrato di possedere un loro sound personale, ed è lecito che sperimentino nuove strade, anche se in parte già percorse.
L'unica pecca dell'album è la mancanza di quella genuina allegria che permeava i precedenti lavori, ma bisogna ammettere che anche con l'attuale malinconia gli Hooverphonic colpiscono. Un colpo che non lascerà lo stesso segno degli altri dischi, ma che merita comunque il vostro ascolto.
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