Un monaco di gran saggezza diceva: “La mente si chiama mente perché mente”. Si capisce esercitandosi in un’attività come quella dell’ascolto che non si vincola al rigore della tecnica, essa n’ è spunto di ragionamento, ne è utilità per la catalogazione dei fenomeni, ed è necessaria affinché un’analisi non sia dubbia e priva di metodo. La nostra mente piuttosto si rende scientifica, il che vuol dire che ha pretesa dimostrativa, ma solo dopo l’aver adottato un metodo ci si può avvicinare ad un bivio in cui si riconosce la tecnica come ausilio per ottenere risultati che avranno poi un riscontro emozionale.
“Tutti i pensieri sono già pensati, occorre solo tentare di ripensarli” diceva Goethe. Per far questo serve un metodo.
Se c’è un termine utilizzato con più accezioni in campo pedagogico e di conseguenza didattico è proprio quello di “metodo”. Per non ingenerare fraintendimenti è bene fare un chiarimento terminologico.
Alcuni intendono il metodo come l’utilizzo di una serie di tecniche e strumenti di comunicazione, esempio le dinamiche di gruppo, il linguaggio, le immagini ecc.
Altri lo intendono come una sequenza di interventi operativi per il raggiungimento dell’obiettivo finale.
Altri ancora come un modello di rigorosa logica pedagogica sperimentata in cui è prevista la figura di colui che insegna e un’assemblea che apprende lasciando poco spazio alle dinamiche di ritorno.
Altri, infine, lo considerano come un processo globale del programma in cui si identificano i bisogni, si determinano gradualmente gli obiettivi, e si applicano delle verifiche.
Affrontare la disciplina dell’ascolto richiama in misure diverse a tutte queste interpretazioni, ma soprattutto si attende una verifica.
Il nostro singolare metodo parte dal nulla, ma anche dal tutto, tradotto significa che possiamo rivolgerci alla nostra analisi sia dalla parte del silenzio che da quella di un suono già esistente. Il silenzio viene perturbato da suoni desiderati o meno; un buon tecnico del suono, oltre a saper riconoscere questa modificazione dello stato di quiete è bene che riconosca almeno quello che non risulta essere essenziale all’ascolto. E’ come dire che la sua grande qualità sia basata, non appena riconosciuti tali fenomeni, sulla ricerca dell’essenzialità sia in fase di ascolto, che in quella di creazione. A questo punto egli dovrà essere effettivamente uno scultore, che sa riconoscere nel monolite di marmo una figura intrappolata che va liberata attraverso l’esclusione del marmo superfluo. Sapere quindi dove si voglia arrivare è un esercizio intellettuale per il quale è richiesta una tecnica non raggiungibile con la sola forza dell’empirica. Di suono se ne produce tanto, dal rumore alla musica e principalmente ad uso del linguaggio. Il suono si usa appunto per comunicare, da esso se ne differenziano le lingue. E’ infatti grazie all’udito che si è potuto sviluppare il linguaggio. Ma il suono non è solo nella cultura: è anche esso stesso cultura, un’adesione alle possibilità umane esaltandone le potenzialità. Essere attenti al suono è anche essere sensibili alla totalità del mondo e allo sviluppo antropologico culturale; infatti un buon ascoltatore sa di dover prestare attenzione a molti dettagli che nella vita spesso sfuggono, ma che fanno della nostra esistenza una sublimale partecipazione nel creato.


























